aggiornato il
2 Giu 2009

Cucugian da Fénza

manda una letra ma Cucugian


QUAND CA SERA BURDEL

LA MUSICA L'ERA E CANT DI USEL
DI GREL E DLA ZIGHELA;
I ZUG: UN S-CIOP AD CANA
E UN ERC FAT CUN UN VEC;
E MOND: QUEL C'US PUTEVA AVDE'
DA LA FINESTRA;
LA PAURA L'ERA LA GUERA,
I MEL, LA CARISTEIA;
L'AMOR: UN BES AD MAMA
QUAND CHE LA SERA LAT MITEVA A LET;
LA SICUREZA: LA FAMEIA UNIDA INTORN'E FUG,
E PA' FRESCH IN TLA MATRA E LA CURONA,
DETA PAR TOT, AD ELTA VOS, DA NONA.



QUAND'ERO BAMBINO

LA MUSICA ERA IL CANTO DEGLI UCCELLI
DEI GRILLI E DELLA CICALA;
I GIOCHI: UN FUCILE DI CANNA
E UN ARCO FATTO (CON UN RAMO) DI VIMINI;
IL MONDO: QUELLO CHE SI RIUSCIVA A VEDERE
DALLA FINESTRA;
LA PAURA ERA LA GUERRA
LE MALATTIE, LA CARESTIA;
L'AMORE: UN BACIO DELLA MAMMA
QUANDO ALLA SERA TI METTEVA A LETTO;
LA SICUREZZA: LA FAMIGLIA UNITA INTORNO AL FOCOLARE,
IL PANE FRESCO NELLA MADIA E LA CORONA,
RECITATA PER TUTTI, AD ALTA VOCE, DALLA NONNA.





La fola

Ui era una volta in tun paese un villa’ che l’era pio’ purèt ad tot chietar.
Un bel de’ e sinte’ di’ da un mess de re che la principesa la iaveva indet un band par truve’ chi che sreb ste’, fra tot i su sudditi, degn ad maridesla e guinte’ e principe.
Chi che vleva partecipe’ e duveva riusi’ a truve’ la soluzio’ a tri indvinel e pu’ riusci’ par tre’ volt a fe’ faza a la principesa. E castel dla principesa l’era luntan pio’ d’un mes a pe’, mo e vila’ e dezidet ed parti’ listess.
Duv vet, ii geva tot, che tsi’ ignurat che t’an se gnac lezar e t’an t’si mai mos da ca’, mo lo’ e tus so un tascapa’ cun un pez ad pa, us mitet un per ad cosp, un capel e ‘na caparela e us amule’ vers e castel de re.
Longa a la stre’ e truvet un giod clera scape’ da un car e pinsend che ui putess fe’ bo’ us e mitet in bisaca.
L’arivet pu in tuna piana atraverseda da un fio’ e la su curiusite’ la fo mosa da do parson che gliera in s’na berca mo lin era boni d’atravarse’ e fio’. Finalmet l’arive’ e barcarol e u li purte’ ad la’. E pasè pu in tun post che e fio’ e faseva una cascheda e us farmet incuriusi’ a guarde’ come l’acqua che la pareva pio’ murbia di ses de fio’, la iavess fat e bus in te sas.
E intat i de i paseva, lò e durmeva in quaica capana abanduneda, in quaica stala ad cuntade’ che ii daseva aloz, magnend quel che puteva truve’ par carite’ o pri bosc e i chemp che travarseva. Un de’ la su curiusite’ la fo atireda da una pel ad cunei che lera steda atacheda cun un curdo’ a una pia-ta, che la iaveva sora do curnac che al tinteva ad spluche’ quaic quel. E intant lo’ e memurizeva tot sti fet che la natura lai presenteva. Camena e camena, pasend d’fianc a na siv e vest scape’ una galena cla canteva. E pinse’ che la duveva ave’ fat l’ov e infati e truvet un bel ov cheld e us e mitet in tla bisaca.
E finalmet dop a di de pase’ sota l’acqua, e vet e sol l’arivet in vesta de palaz de re.
Ui era un viavai ed cavalir, nobili, principi e neca lo us infilet in te mez a sta cunfusio’ e via vers la sela duv che la principessa la iaveva da fe’ i indvinel ai pretendet.
Metra che e saliva e scalo’ ui ves un bsogn impruvis, e non savend cum fes, invezi ad fesla ados, us mitet in tun angul de scalo’,dov cu iera di servitur isde’ chis arpuseva e cruendas cun la caparela us tiret zo’ i calzo’ e e faset i su bsogn in te capel, pu us mitet e capel sota un braz coma gnit fos e e cuntinuet pre scalo’ fena c’l’arivet in tla sela de trono, dov ad sfiac de re ui era belache la principesa cun la pergamena cun i indvinell pri pretendet. E e ves e mumet decisiv, e lo’ e staseva atent cum’ un usel tla broca.
E la principesa la cminzet.
Prem: l’era e murbi che e dur fureva.
Metar tot is guardeva in tla faza lo l’arspundet sobat parche’ l’aveva vest in te su viaz, “l’e’ l’acqua che a forza ad pice’ in te sas lai fa e bus”.
Sgond: du in paseva ma tri i puteva.
Metar tot is guardeva in tla faza lo l’arspundet sobat parche’ laveva vest durat e viaz “ie du’ ch’ia da atravarse’ un fio’ mo in po’ fel infena che’ in gueta tri’ cioe’ fena a che un ariva e barcarol”.
Terz: l’era e mort che e viv purteva
Metar tot is guardeva in tla faza lo l’arspundet sobat parche’ laveva vest durat e viaz “l’e’ un animel mort che us ie’ bute’ sora di i usel viv”.
A che pot us livet una esclamazio’ ad stupor parche’ ui era ste o’ in gred ad risolvar tot’a tri’ i indvinell.
La principesa avdend che ad aspondar l’era ste’ un povar vila’ la guintet tota rosa dala rabia.
Alora lo savend che par putesla maride’, l’aveva da riusi’ a cotrabatla par tre’ volt ui fa’:
“a si gueta molta rossa”
“ta ne se’ ch’aio’ e fog sotta”
“e me’ aio’ un bel ov da cos” e e tiret fora l’ov c’l’aveva in bisaca.
“la mi padela l’ha ia un bus che degli ov l’an in cus”
“e me ai o’ un giod con una bela capela da mure’ e bus dla su’ padela” tirend fura e giod che l’aveva in bisaca. La principesa dispereda parche’ las avdeva contrabatar tot quel cla geva la ruge’ “va via brot vila’ va a cheghè’” “ la ie aque’ che l’e’ ancora chelda” e e tiret fora e capel da sota e braz.”
A che pot un i fo’ pio’ gnit da fe’ e la principesa la duvet marides e vila’, mo una volta che fo’ principe us dimustret par la su inteligeza un regnat ame’ sia dala principesa che da tot i su sudditi.

Favola che veniva raccontata davanti al fuoco a me bambino da mio padre (chiamato da ragazzo “cucugian” sembra per un particolare berretto che portava) e che riporto in suo ricordo.

La favola
C’era una volta in un paese un contadino che era più povero di tutti gli altri.
Un bel giorno sentì dire da un messaggero del Re che la principessa aveva indetto un bando per stabilire chi sarebbe stato, fra tutti i suoi sudditi, degno di sposarsela e diventare principe.
Chi voleva partecipare doveva riuscire a trovare la soluzione a tre indovinelli e poi riuscire per tre volte a controbattere (tenere faccia) alla principessa.
Il castello della principessa era lontano più di un mese di cammino ma il contadino decise di partire ugualmente.
Dove vai? - gli dicevano tutti, - che sei ignorante, che non sai neanche leggere e non ti sei mai mosso di casa, ma lui prese un tascapane con un pezzo di pane, si mise un paio di zoccoli, un cappello e un tabarro e si avviò verso il castello del re.
Lungo la strada trovò un chiodo che era scappato da un carro e pensando che gli poteva tornare utile se lo mise in tasca.
Arrivò quindi in una pianura attraversata da un fiume e la sua curiosità fu attratta da due persone che erano su di una barca ma da sole non sapevano condurre la barca per attraversare il fiume. Finalmente arrivò il barcaiolo e le portò di là.
Passò poi in un posto dove il fiume faceva una cascata e si fermò incuriosito a guardare come l’acqua, che sembrava più tenera dei sassi del fiume, avesse fatto il buco nel sasso.
Intanto i giorni passavano, lui dormiva in qualche capanna abbandonata, in qualche stalla di contadini che gli davano alloggio, mangiando quel che poteva racimolare per carità o nei boschi e nei campi che attraversava.
Un giorno la sua attenzione fu attratta da una pelle di coniglio che era stata appesa con un cordone ad una pianta e che aveva sopra due cornacchie che tentavano di spiluccare qualcosa.
Intanto lui memorizzava tutti questi fatti che la natura gli presentava.
Cammina e cammina, passando di fianco ad una siepe vide scappare una gallina che cantava. Pensò che doveva aver fatto l’uovo e infatti trovò un bell’uovo caldo e se lo mise nella bisaccia.
E finalmente dopo giorni passati sotto l’acqua, il vento ed il sole arrivò in vista del palazzo del re.
C’era un gran viavai di cavalieri, nobili, principi e anche lui si infilò in mezzo a questa confusione verso la sala dove la principessa doveva fare gli indovinelli ai pretendenti.
Mentre saliva lo scalone gli venne un bisogno improvviso e non sapendo come fare, anziché farsela addosso, si mise in una rientranza dello scalone, dove c’erano dei servitori seduti che si riposavano e coprendosi con il tabarro si abbassò i pantaloni e fece i suoi bisogni nel cappello. Si mise poi il cappello sotto braccio come niente fosse e continuò a salire lo scalone fino che arrivò nella sala del trono, dove al fianco del Re, c’era già la principessa con la pergamena con gli indovinelli per i pretendenti.
E venne il momento decisivo e lui stava attento come l’uccello sul ramo.
E la principessa incominciò.
Primo: “Era il tenero che il duro forava”.
Mentre tutti si guardavano in faccia, lui rispose subito perché l’aveva visto nel suo viaggio: “E’ l’acqua che a forza di sbattere sul sasso gli fa il buco.”
Secondo: ”Due non passavano ma tre potevano.”
Mentre tutti si guardavano in faccia, lui rispose subito perché l’aveva visto nel suo viaggio: ”Sono due che devono attraversare il fiume ma non riescono a farlo fin tanto che non diventano tre cioè fino a che non arriva il barcaiolo.”
Terzo: “Era il morto che il vivo portava.”
Mentre tutti si guardavano in faccia, lui rispose subito perché l’aveva visto nel suo viaggio: E’ un animale morto sul quale si sono buttati sopra degli uccelli vivi.
A quel punto si levò una esclamazione di stupore perché c’era stato uno in grado di risolvere tutti e tre gli indovinelli.
La principessa vedendo che a rispondere era stato un povero contadino diventò tutta rossa dalla rabbia.
Allora, lui sapendo che per poterla sposare doveva riuscire a controbatterla per tre volte le fa:
Lui - Siete diventata molto rossa? –
Lei - Non lo sapete che ho il fuoco sotto! –
Lui - Ed io ho un bell’uovo da cuocere! – (tirando fuori l’uovo che aveva in tasca)
Lei - La mia padella ha un buco che di uova non ne cuoce!
Lui - Ed io ho un chiodo con una bella capocchia da chiudere il buco della sua padella! – (tirando fuori il chiodo dalla tasca).
Lei - Va via brutto contadino va a cagare!
Lui – E’ qui che è ancora calda! – (tirando fuori il cappello da sotto il braccio.
A quel punto non ci fu più niente da fare e la principessa si dovette sposare il contadino, ma una volta che fu principe si dimostrò per la sua intelligenza un regnante amato sia dalla principessa che da tutti i suoi sudditi.



sarei interessato a conoscere eventuali altre versioni di questa favola o di favole similari
se qualcuno di voi ha notizie mi mandi una mail

Grazie




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